Silvia Federici: “Vendere la vagina non è peggio che vendere il cervello”

da cartacapital.com

Tradotto da Sofia; Revisionato da Gaia

Per l’italiana, il femminismo è stato capace di superare le illusioni del movimento negli anni ’70.

Gli studi sul passato di Silvia Federici sono spesso interrotti da una domanda insidiosa. Perché, nonostante i progressi, i femminicidi sembrano crescere nel mondo? Parte della risposta è nel libro recentemente pubblicato “Mulheres e Caça às Bruxas”, motivo della visita della pensatrice italiana a São Paolo per una serie di conferenze a settembre. Il libro riprende i temi del suo saggio più famoso, “Calibano e la Strega”, in cui sostiene che la persecuzione si colleghi alle radici del capitalismo e all’attuale violenza contro le donne. Federici sarà una delle protagoniste del seminario “Democracia em Colapso”, promosso dall’Editora Boitempo e supportato da CartaCapital.
[Federici] è stata anche a Bahia e Maranhão.

CartaCapital: Perchè dopo più di cinque secoli si parla di caccia alle streghe?:
Silvia Federici: la caccia alle streghe non è finita. Ancora oggi in Africa, in India e in alcune zone dell’Asia, migliaia di donne accusate di stregoneria vengono bruciate vive. Nella Storia non c’è mai stata una persecuzione così organizzata nel colpire direttamente le donne: chi le ha accusate di essere nemiche di Dio, della società e dell’umanità. Oggi viene riaperto il discorso contro le streghe, perché esiste un femminismo che rivendica questa immagine.

CC: E in che modo questa storia si relazione con il capitalismo?
SF: La caccia ai poveri, la conquista dell’America Latina, la schiavitù… tutto questo è stato storicamente riconosciuto come processo fondamentale di costruzione della società capitalista. Ciò che è stato ignorato è la persecuzione delle donne. La caccia alle streghe è stata, in linea generale, un grande attacco alla posizione sociale femminile. Ha ridefinito la riproduzione, la divisione sessuale del lavoro. Lo sai che c’è stata una caccia alle streghe in Brasile nei secoli XVI-XVII? Le santi madri del candomblé furono incolpate per le rivolte degli schiavi.

CC: Lei dice che i suoi studi sopra i femminicidi del passato sono frequentemente interrotti dall’incognita dell’esplosione del presente. A che conclusione è arrivata?
SF: Oggi non ci bruciano, ma ci uccidono, ci fanno a pezzi. Io mi ricordo il lavoro dell’antropologa e femminista argentina Rita Segato, che ha intervistato molti membri dei Maras, gang dell’America Centrale. Questi giovani le hanno detto che uccidono le donne per inviare messaggi ad altri uomini. Alcuni dimostrano la loro forza uccidendo la donna che amano. Questi sono ragazzi che hanno visto bruciare il loro quartiere, che hanno visto assassinare le loro madri. Le donne sono al centro degli attacchi istituzionali e individuali.

CC: Perché, nonostante sempre più persone soffrano di forme [di violenze] innominabili, una rivoluzione sembra così lontana?
SF: La vita è così miserabile che affrontarla giorno dopo giorno è una vittoria. Molte volte, le persone non vogliono mobilitarsi perché pensano: “Bene, peggiorerò la mia situazione.” Negli Stati Uniti l’aspettativa di vita è diminuita, i suicidi sono aumentati. Coloro che non si uccidono usano molti antidepressivi …

CC: Come potrebbe reagire il femminismo?
SF: Sapendo che in questa situazione non basta semplicemente dire no. E anche iniziando a costruire un’altra società dal basso. Non saremo in grado di resistere a questo attacco senza una lotta che sia anche costruttiva. Quando ci riuniamo, diventiamo più forti. Il femminismo non ti rende un soggetto astratto. E questo incoraggia, rende le donne parte di qualcosa di più grande di loro, consente loro di superare le paure e le miserie individuali. Non sto dicendo che gli uomini non possano capirlo, ma penso che le donne lo capiscano meglio.

CC: Quali sono le sue impressioni sulla nuova generazione di femministe?
SF: Sono molto felice di vedere un nuovo femminismo che ha superato le illusioni del movimento degli anni 1970. La maggior parte delle colleghe del mio tempo sono state sedotte dalle Nazioni Unite, dal lavoro più socievole e creativo fuori casa. Credo che le giovani donne abbiano una diffusa consapevolezza che la società capitalista non è sostenibile. E portano sul tavolo molti argomenti, tutti collegati: violenza contro le donne, distruzione dell’ambiente, sessualità binaria. Questo è tutto molto bello.

CC: Il lavoro domestico è ancora parte della routine per la maggior parte delle donne. Se no, è pagato in modo precario. Come cambiare?
SF: Il movimento femminista americano ed europeo degli anni ’70 fece crescere l’illusione che lavorare fuori casa fosse una panacea. Abbiamo visto che non è così. Ciò ha creato un nuovo tipo di disuguaglianza. Penso che la soluzione sia un movimento che unisce le donne che lavorano a casa gratuitamente con quelle che lo fanno in cambio di uno stipendio. Nonostante le diverse situazioni, c’è un interesse comune: rivalutare questo lavoro. E anche riorganizzarlo, creare forme più collettive e cooperative.

CC: E il lavoro sessuale? È un tema che divide il movimento …
SF: È chiaro che il lavoro sessuale è un lavoro di sfruttamento violento. Ma non è l’unico. Il femminismo dovrebbe dare più possibilità a tutte le donne, non dire quale sia la migliore forma di sfruttamento. È una visione moralista, miope e che, alla fine, serve per dividere ancora di più le donne. Sostengo l’abolizione di tutte le forme di sfruttamento. Vendere la vagina non è peggio che vendere il cervello.

CC: Lei ha seguito i gruppi virtuali che odiano le donne, come gli incel?
SF: Studierò meglio questo movimento, perché mi viene sempre chiesto. Mi sembra una ristampa di un gruppo degli anni ’80 che rivendicava la ripresa di una posizione centrale per l’uomo, dispiaciuto di aver “lasciato” uscire la donna da casa … Un orrore, un’ipocrisia. Se il capitalismo sfrutta gli uomini, ha anche dato loro una serva. Al servizio di tre capi: essi, i bambini e il capitale. Lo sfruttamento delle donne coinvolge tutto il loro corpo: sentimenti, procreazione, sessualità. È un modello di sfruttamento molto più invasivo di quello mascolino. Quello che chiamano amore è un lavoro non retribuito.

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