Il culto della proprietà economica

 

Nel 2008 un gioielliere uccide due ladri e ne ferisce un altro. Dopo 11 anni e due processi, il gioielliere viene condannato a 13 anni. A differenza del periodo in cui vennero uccisi i due ladri, i social erano ancora in fase di potenziamento, relegando i cori di indignazione a quotidiani come “Il Giornale” e “Libero Quotidiano” e a vari esponenti politici legati al centro-destra.
Oggi giorno i social hanno invaso le nostre vite. Come dimostrato dai cori di indignazione delle ultime ore sui social – in particolare sulle pagine di giornali come “Corriere della Sera”, “La Sicilia” e “Cataniatoday” -, l’esacerbazione delle visioni securitarie e della proprietà privata, rientrano nella logica politica ed economica di uccidere e giustificarsi/auto-assolversi allo stesso tempo.
“La proprietà è mia e la gestisco come mi pare!” direbbe il più scalmanato e gretto di questi bottegai. Eppure, nella loro volgarità e compiacenza, dimostrano un realismo crudo che va al di là di qualsiasi codice giuridico.
La proprietà e il suo gestore diventano un tutt’uno, un essere che ha o un avere che è; la mescolanza tra essere-avere porta l’individuo ad immedesimarsi nel feticcio da lui creato.
Questa immedesimazione si trasforma in alienazione e, successivamente, in frustrazione perchè l’individuo sa di non essere eterno come la proprietà o, giusto per citare una novella verghiana, la Roba. Allora il proprietario cerca in ogni modo di avere eredi – rigorosamente maschi ed eterosessuali in quanto continuatori della “stirpe” -, intessendo rapporti sociali e politici a destra e a manca -non curandosi se siano accettati a livello legale o normativo.
In tale contesto, il furto per il proprietario, ha una duplice funzione: da un lato egli vende prodotti ottenuti dal furto di tempo e lavoro di altri individui, dall’altro cerca di difendersi da tentativi di appropriazione ai suoi danni.
Occorre dividere questa appropriazione in due tipologie: legale e non-legale. Nella prima tipologia troviamo le tasse di cui il proprietario si lagna continuamente, richiedendo alle compagini politiche di abbassarle ulteriormente e cercando di utilizzare ogni mezzo possibile per non pagarle (attraverso la corruzione, la delocalizzazione, il riciclaggio etc); nella seconda troviamo le rapine commesse da non-proprietari ovvero atti imprevedibili e fuori dal controllo dei proprietari.
La paura per quest’ultima tipologia si manifesta non solo con la richiesta a gran voce di forze dell’ordine e norme penali contro i non-proprietari ma anche, soprattutto, con l’utilizzo di armi da fuoco per una supposta “difesa personale” – come se fossero attori di un film poliziesco italiano degli anni ’70!
E quando a qualcuno di loro va male perchè condannato da quel sistema giudiziario supportato fino a quel momento, ecco intervenire in loro aiuto giornali, politici e social che richiedono come una mandria belante manette e pistole (e morte violenta anche) verso coloro che rubano o rapinano.
Il culto della proprietà e il dileggio morale e repressivo di una società ed economia basate sul furto legalizzato è salvo quindi!

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