Le vie del Capitale sono (in)finite…

Per la Cina la nuova Via della Seta non è affatto una strategia di dominio mondiale ma una semplice strategia di sopravvivenza (e non è detto che funzioni). […] un’implosione cinese non sarebbe affatto una prospettiva negativa poiché garantirebbe […] la “stagnazione secolare” […] una stagnazione in grado di assicurare in perpetuo il dominio della finanza.” (tratto da “Le preoccupazioni della lobby della deflazione. La via della seta”, UN del 7/04/2019)

L’articolo dei compagni del Comidad analizza il progetto noto come Belt and Road Initiative (BRI) o Vie della Seta, inaugurato nel Settembre del 2013 dalla dirigenza cinese. Il progetto in questione prevede di sviluppare le infrastrutture di trasporto e logistica, promuovendo e favorendo i flussi produttivi e di investimenti cinesi e locali. In tal modo le aziende cinesi riescono ad esportare la sovraproduzione e installarsi in altri paesi -collaborando con la classe dirigente locale.
Il caso europeo è, teoricamente, l’ultimo tassello del progetto BRI. Ritrovandosi in mezzo ai dazi imposti dagli USA alla Cina e una crescita economica a macchia di leopardo, per l’Europa il progetto delle “Vie della Seta” è un ottimo modo per le classi dirigenti europee e cinesi di mantenere i propri privilegi ed estendersi in altre parti del mondo come già avviene in Africa e, soprattutto, nell’Asia Centrale – dove il progetto delle “Vie della Seta” ha aperto e rafforzato nuovi meccanismi economici (tra aziende cinesi e governi locali) e di controllo (lotta al terrorismo islamico, giustificando la repressione contro la minoranza uigura in Cina).
Gli obiettivi del BRI è il controllo dei trasporti, sostenendo le esportazioni, automatizzando le attività portuali, trovare e creare nuovi mercati, investire capitali e
delocalizzare la produzione in luoghi in cui la manodopera è a basso prezzo.

BRI in Italia…
In Italia, il BRI è uno snodo vitale come dimostrato da questa mappa e in gioco vi sono miliardi di euro tra merci e finanziamenti vari. Dall’intervista rilasciata a La Stampa, Lucia Mattioli (vicepresidente di Confindustria) dichiara che non si deve sfuggire a questa opportunità in quanto “la Cina ha investito 28,9 miliardi di dollari” nei paesi attraversati dalla Via della Seta.
In un comunicato stampa, Confindustria dichiara che “vanno migliorate le relazioni economiche fra Italia e Cina con un salto di qualità, in un contesto rinnovato di regole che favorisca la libera circolazione di merci e investimenti in maniera più equa e reciproca“.

…e in Sicilia?
Chi controlla la Sicilia, controlla il Mediterraneo“, diceva un vecchio adagio.
La Sicilia, trovandosi al centro del Mediterraneo, tra Europa e Africa, è uno snodo fondamentale per le merci. Nonostante la visita di Jinping a Palermo, le relazioni tra le dirigenze universitarie siciliane e gli imprenditori cinesi e gli accordi tra la Oranfrizer e Alibaba Group – una multinazionale cinese attiva nel campo del commercio elettronico – per esportare 40 tonnellate di arance rosse IGP in Cina, la Sicilia resta fuori dal progetto delle BRI.
Perchè?
I motivi principali sono da ricercarsi principalmente nell’instabilità economica e sociale siciliana. Il pessimo stato delle infrastrutture stradali e ferroviarie, la lentezza burocratica e le lotte sotterranee per il dominio (tra clan mafiosi e tra borghesi), rendono il territorio siciliano non appetibile a grossi investimenti economici. È vero che la presenza militarista americana (tipo Sigonella) possa essere un impedimento alla borghesia cinese per sfruttare al meglio il lato occidentale e meridionale del Mediterraneo. Ma non dimentichiamo come la potenza americana annaspi da più di un decennio di crisi economica e di vittorie economicamente ed umanamente dispendiose (Iraq e Afghanistan). La borghesia cinese aspetta il momento opportuno per poter entrare nell’economia siciliana e italiana e aprire nuovi collegamenti (leggasi: stabilizzare e controllare) in un nordafrica nuovamente in subbuglio – come accade in Libia e in Algeria.

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